Sentiero panoramico

Punto di partenza: San Pietro
Tempo di percorrenza: 3 ore
Punto più elevato: 1.650m
Dislivello: 500m
Stagione ideale: dalla primavera all’autunno
Grado di difficoltà: medio

I sentieri sono le vene della società, senza le quali non esisterebbe alcun organismo sociale; i sentieri sono luoghi di incontro e componente fondamentale dello spazio vitale.

Per i masi isolati dei contadini di montagna sentieri e stradine rivestivano un significato particolare: essi conducevano nelle comunità paesane, istituivano collegamenti con i vicini e rendevano accessibili prati, campi e boschi..

In molti luoghi fu creata, in armonia con la natura, una rete di sentieri solida e compatta. In parte l’itinerario qui proposto segue le tracce dei sentieri antichi che, come quello sotto Casai/Gsoi, si conformavano al paesaggio. Il sentiero lastricato collegava i masi di Colle con il centro del paese e veniva percorso non solo per raggiungere la scuola e la chiesa, ma anche dai carri trainati dai cavalli e dalle coppie di buoi: nel corso degli anni le loro tracce si sono impresse, come solchi, nel terreno.

Il maso Casai/Gsoihof fu citato per la prima volta nel 1288 in un antico libro fondiario del Conte Meinhard II del Tirolo come “hof ze Casay”. Il nome del maso deriverebbe dal latino „casa“. In questo antico atto notarile erano stabilite le tasse e le imposte che dovevano tributare i contadini.

Fino all’anno 1505 Funes fece parte dell’antica parrocchia di Albés (oggi frazione del comune di Bressanone). Qui si inumavano i defunti: in inverno i salmi venivano custoditi nella cantina di Casai/Gsoi fino al momento in cui non veniva riaperta la strada che conduceva al cimitero di Albés. L’aspetto della cantina è rimasto fino ad oggi inalterato.

I grandi masi contadini testimoniano la convivenza delle famiglie, di per sé numerose, con braccianti e ragazze di servizio che si occupavano della faticosa coltivazione manuale di campi e prati. In passato i contadini aspiravano a realizzare un sostentamento di tipo autarchico e di provvedere a sé e a tutto ciò di cui necessitavano. Sui pendii asciutti della valle, esposti a sud, si coltivava il grano: frumento e segale per il pane; orzo, avena e patate in alternanza e spesso, per il secondo raccolto, il grano saraceno che all’interno della “dieta” contadina tradizionale ricopriva un ruolo fondamentale. Ai margini della campagna si riconoscono, oggi, le tracce dei campi di allora e dei muri a secco che servivano da fortificazione. Essi delimitavano inoltre i fondi terrieri e i sentieri: campi veri e propri sono, oggi, piuttosto rari. I prati e i pascoli si estesero occupando le superfici: i contadini si specializzarono nell’allevamento del bestiame e soprattutto nella produzione di latticini. Esigenze di tipo economico, quali la necessità di un’ulteriore fonte di guadagno, diversa dall’economia rurale condusse, nei decenni, ad una trasformazione delle caratteristiche paesaggistiche.

I tratti di paesaggio le cui superfici non sono state bonificate per ottenere una coltivazione migliore sono caratterizzati, oggi, da prati umidi (o, dopo lo scioglimento delle nevi, da veri e propri stagni). Essi ricoprono le spianate e gli avvallamenti in cui si addensano strati di acqua stagnante (come nel caso del „Veltierer Zente“).

In luoghi particolari, soprattutto nei pressi dei masi, le croci di segnalazione dei sentieri, le nicchie e le cappelle sono testimoni di una devozione popolare molto radicata, e invitano, ancora oggi, a soffermarsi a riflettere.

Spesso, le salite che collegavano i diversi masi erano percorse dai cosiddetti portatori di gerle, i “Kraxentrager”, che offrivano le loro merci. Si narra ad es. che da Funes a Afers, passando sulla salita Kuratensteig accanto al maso Vikoler, trasportassero il pane fresco in grandi cesti.
Per dislocare i carichi pesanti si attendeva l’inverno perché, da un lato, il trasporto tramite slitta era meno faticoso e, dall’altro, nei mesi invernali i contadini disponevano di maggior tempo. Per il trasferimento del fieno, dalle malghe e dai prati di montagna, e del legno dai boschi, il trasporto mediante slitta assumeva un ruolo fondamentale. Il bosco, soprattutto di abeti rossi, ma anche di larici e pini silvestri, rappresentava una riserva per i tempi difficili, o per particolari investimenti.

Il maso Feldthun fu citato per la prima volta nel 1350. La parte più antica della torre murata a tre piani risale al XV secolo. Nel 1984 il maso è passato sotto la Tutela dei beni di interesse storico e artistico che ne ha permesso un restauro esemplare. Le cornici barocche delle finestre, le pietre angolari e l’affresco della facciata occidentale che rappresenta San Giovanni di Nepomuk (Santo protettore contro le inondazioni), San Floriano (Santo protettore contro gli incendi), Sant’Antonio da Padova (Santo protettore degli animali domestici e soccorritore in caso di necessità) e l’anno “1749” sono stati ripuliti e riportati all’antico splendore. Di particolare interesse, sotto il piano sporgente con costruzione a crociera, risalente al XVIII secolo, lo sporto del forno basato su lunghi pilastri.

Ad ogni passo, un nuovo panorama, uno sguardo nei segreti della natura e della magnificenza dell’universo montano. Più ci si allontana dal bosco e più si estende la vista sulla parte terminale della valle: dietro le colline scure della Foresta Nera e i dolci prati, con i loro masi sparsi che appartengono al lontano territorio di Santa Maddalena, le bizzarre vette delle Odle, inserite nelle pallide Dolomiti, formano un unicum armonico di cultura e natura.

Il pendio meridionale della valle, soleggiato, con le sue spianate a terrazza si distingue nettamente dallo scosceso fianco settentrionale, per lo più ricoperto da un fitto bosco. Isole di foresta, gruppi di alberi e siepi suddividono i prati e i pascoli delle chine meridionali creando un paesaggio culturale vario ed armonico ed offrendo a piante e animali il loro spazio vitale.
Soprattutto nell’interesse dei turisti si è resa indispensabile una nuova e diversa gestione dei sentieri: i vecchi collegamenti sono risultati spesso inadatti al traffico di autoveicoli e gli antichi percorsi, spesso inutilizzati, sono tornati a nuova vita in qualità di itinerari escursionistici per chi è alla ricerca di relax o di trascorrere piacevolmente il proprio tempo libero. Perché, si sa, il contatto con la natura e il movimento contribuiscono a far raggiungere un equilibrio del tutto naturale tra il corpo e la mente.

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